Marinella Correggia intervista Alessio Ciacci su Rifiuti Zero, riciclo, riduzione e tariffa puntuale

«Rifiuti zero? vi spiego come si fa»

Intervista. Alessio Ciacci ha raggiunto l’obiettivo dell’azzeramento della spazzatura. Dalla sua Capannori a Messina, fino a Rieti e in Val Susa. Premiato per il suo metodo innovativo, spiega come fare per risolvere il problema

 

Alessio Ciacci, per sei anni assessore all’Ambiente del Comune di Capannori, primo comune italiano ad aver aderito alla strategia internazionale Rifiuti zero, è presidente di due aziende di gestione dei rifiuti: Asm del Comune di Rieti e Acsel, dei quaranta comuni della Val di Susa; è consulente dell’Unione Europea. A Vienna ha avuto il premio europeo Innovation in Politics Awards per il progetto realizzato a Capannori sulla tariffa puntuale che ha spinto le famiglie e le aziende del territorio ad avviare a riciclo quasi il 90% dei rifiuti prodotti. Ha avuto anche il riconoscimento di Legambiente Campione dell’economia circolare 2017.

Sulla vicenda dei sacchetti per l’ortofrutta si è scatenata una gazzarra, anche sui social. Forse sbagliano sia gli indignati – perché indifferenti – sia il governo – perché ha sostituito miliardi di imballaggi monouso con altri miliardi, seppur meno inquinanti, vietando il riutilizzo…

Nell’ottica di rifiuti zero, il divieto dei sacchetti entrata in vigore quest’anno risponde a un concetto giusto (disincentivare la pletora sprecona di sacchetti), ma il metodo è totalmente sbagliato. L’usa e getta è un concetto che va superato, come è stato il fumo nei locali pubblici. Si dovrebbe permettere come in altri paesi la possibilità di portarsi da casa le borse riutilizzabili.

La prevenzione dei rifiuti, i prodotti durevoli, il riuso e riutilizzo: contro i rifiuti deve cambiare il modello e non solo il metodi di raccolta e smaltimento?

L’Unione europea, che stabilisce le priorità a cui tutti gli stati dovrebbero adeguarsi, mette al primo punto la prevenzione dei rifiuti. In Italia è stato fatto solo un programma a livello ministeriale ma sono poche le realtà davvero impegnate su questo fronte attraverso progetti che spingono le attività commerciali a vendere alla spina (ad esempio con riduzione delle tariffe sui rifiuti), che hanno realizzato mense comunali o scolastiche a rifiuti zero, oppure centri del riuso per dare nuova vita a tanti scarti che sono ancora in buono stato o riparabili. Anche in questo modo è possibile coniugare vantaggi ambientali (la riduzione dei rifiuti), economici (risparmio dallo smaltimento), occupazionali (nella gestione dei centri) e sociali (materiale ancora in buono stato a prezzo basso).

Attualmente Rieti è il primo capoluogo del Lazio per la raccolta differenziata. Due anni fa era al 20%. Come si fa?

Abbiamo già superato il 50%; ora prevediamo di avvicinarci al 60% e forse entro fine anno al 70%. Siamo passati dai cassonetti stradali alla raccolta domiciliare, il tutto con attività comunicative, educative e partecipative. Nel materiale distribuito alle famiglie è anche indicato tutto il percorso che il materiale farà una volta separato e raccolto dai nostri operatori, arrivando negli impianti di riciclo. L’eliminazione dei cassonetti stradali deve essere l’avvio di una rivoluzione culturale: la relazione con lo scarto non è più di abbandono ma al contrario di cura. Infine, pensiamo alla tariffa puntuale per collegare le bollette all’effettiva produzione di scarti.

Come funziona la tariffa puntuale?

Un percorso che stiamo progettando anche in Acsel per molti comuni in Val di Susa. Si applica a realtà che hanno già avviato sistemi di raccolta domiciliare porta a porta. A quel punto si posizionano dispositivi (microchip o r-fid) sui bidoncini o sacchi del non riciclabile in modo da poter registrare automaticamente il conferimento a ogni ritiro. A Parma, la più grande città italiana ad aver adottato questo sistema, i risparmi di gestione si sono trasformati in risparmi sulle bollette, soprattutto per i più virtuosi. Un sistema che ha già condotto molte realtà simili oltre il 90% di raccolta differenziata.

Il 10% di rifiuti…irriducibili, dove va a finire?

Al momento, visto che è un materiale inerte, può andare nelle discariche. Ma diverse sperimentazioni tecnologiche ne stanno testando la riciclabilità. A Capannori lavoriamo con un Centro di ricerca che si propone di analizzare il non riciclabile, per ridurlo alla fonte anche a livello di industrie. Ad esempio nel caso delle capsule usa e getta del caffè, abbiamo smosso un gigante del settore partendo da un appello.

Dopo la differenziata, il ciclo viene effettivamente chiuso in modo virtuoso?
Se tutte le città italiane seguissero questo percorso avremmo davvero enormi benefici ambientali, economici e occupazionali. In media con l’attivazione di sistemi di raccolta «porta a porta» si crea un nuovo posto di lavoro ogni mille abitanti serviti. Chiuderebbe i battenti la maggioranza degli impianti di smaltimento ma sarebbero più del doppio i posti di lavoro creati nelle varie filiere del riciclo dei vari materiali. La legge italiana impone l’obbligo del 65% di raccolta differenziata in tutti i comuni; non mancano i buoni esempi in tutte le regioni, ma sono purtroppo poche le realtà che hanno raggiunto il traguardo; la media nazionale si attesta attorno al 50%. L’unico fattore determinante è la volontà politica. A oggi oltre 260 comuni italiani – pari al 10% della popolazione italiana – hanno aderito alla Strategia rifiuti zero.

Che cosa pensi del compostaggio di comunità nelle sue diverse forme (dai piccoli impianti alla compostiera da giardino al compostaggio con i lombrichi, per esempio)?

Il compostaggio domestico e quello collettivo sono indubbiamente le soluzioni migliori per trasformare in una risorsa gli scarti organici senza doverli nemmeno trasportare, magari per centinaia di chilometri come avviene a volte. Gran parte del territorio nazionale avrebbe la possibilità di attuare queste progettualità e tutti i comuni, come molti già fanno, dovrebbero riconoscere sgravi tariffari per chi si smaltisce autonomamente la frazione organica. Per le città, dove questo è ben più difficile, occorre pensare a soluzioni impiantistiche. Ormai le tecnologie sono sempre più all’avanguardia e permettono di poter ottenere dall’organico compost ma anche bio-metano con il quale poter alimentare i mezzi che effettuano la raccolta degli scarti.

Hai lavorato a Messina, fra criticità e belle esperienze…

La raccolta differenziata non esisteva, l’azienda comunale era in liquidazione, i mezzi mancavano, c’erano debiti di decine di milioni di euro e zero organizzazione. In un anno abbiamo alleggerito i costi (anche con numerose contestazioni disciplinari), avviato la prima esperienza di raccolta differenziata in due quartieri superando il 70% di raccolta differenziata, contribuito a strutturare due progetti di prevenzione sull’organico: la trasformazione in cibo animale degli scarti alimentari dei mercati ortofrutticoli cittadini, e il compostaggio collettivo in giardini pubblici, con oltre cento famiglie partecipanti.

Anche grandi città sono riuscite a superare il problema rifiuti. In due battute, che dire di Roma?

La prima metropoli europea che ha avviato con successo la raccolta della frazione organica è in Italia ed è Milano, che sta continuamente migliorando le sue performance. Molte città stanno anche ripubblicizzando la raccolta per avere un pieno ed effettivo controllo su un servizio sempre più strategico per costruire percorsi di sostenibilità urbana. A Roma, e nel Lazio in generale, per troppi anni hanno giocato il prezzo molto concorrenziale di una grande discarica e la scarsa intraprendenza della politica; la stessa Campania ha superato come percentuali di riciclo il Lazio (ma anche la Toscana). L’impiantistica per il riciclo deve diventare una priorità assoluta a tutti i livelli per dare forza alle annunciate politiche di raccolta differenziata.

Marinella Correggia – Il Manifesto

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