Clima, l’obiettivo dell’accordo di Parigi è un miraggio: le emissioni aumentano invece che diminuire

Politiche inadeguate e mancanza di leadership forte dopo che Trump ha sfilato gli Usa dall’intesa del 2015: mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei due gradi da obiettivo raggiungibile rischia di diventare sempre più una chimera. E la crescita economica mondiale di fatto favorisce l’inquinamento

I governi di tutto il mondo si sono impegnati ufficialmente nel 2015, ma mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei due gradi da obiettivo raggiungibile rischia di diventare sempre più una chimera. Mentre infatti si avvicina la conferenza internazionale delle parti in programma a dicembre a Katowice (Polonia), fondamentale per rendere operativo l’accordo di Parigi sul clima siglato tre anni fa, pesa l’inadeguatezza delle politiche messe in campo finora. Dalle Nazioni Unite, che sovrintendono alle negoziazioni climatiche, è arrivato chiaro l’allarme: le azioni fino ad ora messe in campo dagli stati consentiranno di raggiungere solo un terzo della riduzione di emissioni che sarebbe necessaria. Emissioni che nel frattempo, dopo tre anni in controtendenza, nel 2017 hanno ripreso ad aumentare in connessione con la crescita economica mondiale. Così, il mondo arriva all’appuntamento in ordine sparso, privo di una leadership forte su questo fronte e senza impegni efficaci per far fronte agli effetti del riscaldamento globale. Il luogo dove si terrà la conferenza (Cop24) non fa altro che aggiungere altre note di pessimismo a un quadro già critico: che cosa potersi aspettare da un Paese come la Polonia, che ancora oggi produce l’80% della sua energia dal carbone, la cui combustione ha contribuito in maniera significativa al riscaldamento globale?

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L’Europa arranca, la Cina corre – In un rapporto pubblicato a giugno scorso, la rete di ong Climate Action Network ha evidenziato come a livello europeo tutti gli stati siano off target: “Nessun Paese europeo fa abbastanza sul fronte sia delle ambizioni che dei progressi per ridurre le emissioni di carbonio”. L’Ue ha approvato pochi mesi un nuovo pacchetto di misure per l’energia con l’obiettivo di raggiungere il 32% di energia da fonti rinnovabili al 2030. Target che però, ha denunciato Greenpeace, “è troppo basso e permette alle grandi compagnie energetiche di restare ancorate ai combustibili fossili o a tecnologie rivelatesi false soluzioni rispetto al cambiamento climatico”. Peggio ancora hanno fatto gli Stati Uniti, con Trump che, pur a fronte di singoli stati virtuosi come la California impegnati nella lotta ai cambiamenti climatici, sta cercando di smantellare le politiche messe in campo dal suo predecessore Barack Obama. Washington è uscito dall’accordo di Parigi e continuerà sulla strada delle energie fossili: “La guerra al carbone è finita”, ha dichiarato l’anno scorso l’allora amministratore dell’Epa (l’agenzia per l’ambiente Usa) Scott Pruitt. Nel frattempo la Cina cerca di qualificarsi come il campione dell’azione climatica: il governo vuole investire in rinnovabili 360 miliardi di dollari entro il 2020 e il Paese è leader nella produzione di veicoli elettrici.

Vuoto di leadership – “A mancare sono la leadership, un senso di urgenza e un vero impegno per una decisiva risposta multilaterale”, ha detto poche settimane fa il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, annunciando un summit sul clima nel 2019. Il timore è che la spinta di Parigi si stia già esaurendo senza produrre risultati significativi concreti, ma anzi pericolosi passi indietro. Il punto però, spiega a ilfattoquotidano.it il direttore scientifico del Centro studi di politica internazionale (Cespi) Marco Zupi, è che “all’indebolimento dovuto alle posizioni dell’attuale amministrazione statunitense non ha fatto seguito un deciso riposizionamento e rilancio da leader da parte dell’Ue, i cui stati membri non sono certo delle eccellenze in termini di raggiungimento degli obiettivi della Cop21 di Parigi di riduzione delle emissioni. Negli ultimi anni ci sono stati piuttosto Paesi come Belgio, Danimarca, Germania e Regno Unito che hanno perso una posizione di traino in materia e rischiano ora di essere ora fanalini di coda”. Neanche la Cina è riuscita finora a conquistare davvero la leadership a cui aspira: “Opera e investe molto, ma al di fuori di schemi Onu e Cop”.

Italia tra luci ed ombre – A novembre 2017 il governo Gentiloni ha licenziato la Strategia energetica nazionale, in cui si prevede che il Paese dirà addio al carbone nel 2025: un obiettivo accolto dagli ambientalisti con favore, ma anche preoccupazione che il target rimanga solo un bel numero sulla carta. Su ciò che invece sta facendo il nuovo governo, per Zupi “è troppo presto per esprimere un’opinione” e prevedere quale posizione terrà alla Cop di dicembre. “L’Italia non fa parte né del gruppo di membri dell’Ue più virtuosi e comunque leader nel dibattito politico in materia come Svezia, Portogallo, Francia, Paesi Bassi e Lussemburgo, ma nemmeno dei fanalini di coda. Al Consiglio europeo sull’Ambiente di giugno scorso, l’Italia era tra i 14 Paesi del ‘Gruppo per la crescita verde‘ che almeno sollecitano la Commissione europea ad aggiornare e accrescere l’impegno dell’Unione in preparazione della Cop24, anzitutto in termini di impegni di riduzione delle emissioni di Co2”. Parole importanti, ma che da sole non basteranno a distinguere il nostro Paese sul fronte dell’azione politica per il clima.

La Cop24 nel Paese del carbone – Nonostante si prepari a presiedere i negoziati che dovranno rendere operativo l’accordo di Parigi, la Polonia a giugno non si è unita al gruppo dei 14. Il Paese, spiega Zupi, “non si prefigura come sponsor della decarbonizzazione: il governo polacco prevede che il carbone rappresenterà almeno il 50-55% del mix energetico totale anche nel 2030 e non è chiaro se anche nel 2050”. Sul tavolo dei negoziati, accanto alla stesura delle regole pratiche per far funzionare l’accordo sul clima, ci sarà anche il tema dei contributi per l’adattamento ai Paesi emergenti da parte delle economie industrializzate, principali responsabili del riscaldamento globale. Anche su questo fronte, accanto alle resistenze di Paesi più ricchi, nemmeno la Polonia offre garanzie: “È un paese molto poco solidale sul fronte della finanza verde per i Paesi poveri, oltre che in materia di cooperazione internazionale allo sviluppo. D’altronde con Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia fa parte del noto gruppo di Visegrad, noto per l’opposizione alla ripartizione dei richiedenti asilo sbarcati nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo”.
di Veronica Ulivieri – Il Fatto Quotidiano

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