Dal Forum di Firenze appello europeo “Un’altra strada per l’Europa”

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Dal Forum di Firenze appello europeo “Un’altra strada per l’Europa”

Tutto esaurito il 9 dicembre a Firenze al Teatro Puccini, 800 persone che per tutta la giornata hanno partecipato al Forum “La via d’uscita” promosso da Rete@sinistra, Sbilanciamoci, Il Manifesto e Lavoro e libertà. Gli interventi – molto attesi – di Rossana Rossanda hanno aperto e concluso l’incontro, in mezzo una fitta serie di proposte su che si può fare per l’Europa, per trovare alternative alle misure del governo Monti, per riaprire spazi di democrazia.
Gli interventi della giornata si possono vedere e ascoltare sul sito di globalproject.info:
https://www.globalproject.info:51006/it/in_movimento/La-via-duscita-LEuropa-e-lItalia-crisi-economica-e-democrazia-Materiali-prima-sessione/10236
http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Firenze-Materiali-Seconda-Sessione-Italia-le-alternative-allausterita-al-debito-per-il-lavoro/10237
http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Firenze-Materiali-Terza-Sessione-La-democrazia-la-politica/10239
http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Conclusioni-La-via-duscita/10241
Conclusioni: non ci sono documenti o mozioni finali  ma sono gli interventi conclusivi che hanno raccolto la discussione http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Conclusioni-La-via-duscita/10241 di  Giunti- Pianta – Rossanda.
Le azioni che emergono sono:
·         Costituzione di una rete europea che porti a livello europeo la discussione La via di uscita ( si prevede incontro a Bruxelles entro febbraio 2012)- a supporto di questa azione è stato sottoscritto da organizzatori e relatori un appello che trovate di seguito ( allegato di seguito).
·         Verifica operativa dell’avvio di un gruppo di lavoro sui trattati europei e delle costituzionalizzazione della garanzia dei diritti
·         Verifica dell’avvio di un gruppo di lavoro sull’audit del debito
·         Moltiplicare sui territori iniziative su La via di Uscita
·         Pubblicazione su Il manifesto delle proposte emerse nella giornata per una Via di Uscita Europea
Sul quadro italiano da più interventi ripreso e rilanciato l’appuntamento del 28 gennaio 2012 a Napoli.
Di seguito:
    Appello a sostegno della rete europea sottoscritto da relatori e organizzatori
    Sintesi degli interventi di Peace reporter, articolo de Il Manifesto e di Repubblica Firenze
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Dal Forum “Via di uscita”- Firenze 9 dicembre 2011  Proposta di Appello Europeo per “Un’altra strada per l’Europa”
La crisi dell’Europa è l’esaurirsi di un percorso fondato sul neoliberismo e sulla finanza. Negli ultimi vent’anni il volto dell’Europa è stato il mercato e la moneta unica, liberalizzazioni e bolle speculative, perdita di diritti ed esplodere delle disuguaglianze. Alla crisi finanziaria, le autorità europee e i governi nazionali hanno dato risposte irresponsabili: hanno rifiutato di intervenire con gli strumenti dell’Unione monetaria per arginare la crisi, hanno imposto a tutti i paesi politiche di austerità e tagli di bilancio, che saranno ora inseriti nei trattati europei. I risultati sono che la crisi finanziaria si estende a quasi tutti i paesi, l’euro potrebbe saltare, si profila una nuova grande depressione, c’è il rischio della disintegrazione dell’Europa.
L’Europa può sopravvivere soltanto se cambia strada. Un’altra Europa può essere possibile, se prende il volto del lavoro, dell’ambiente, della democrazia, della pace, di più integrazione. E’ la strada indicata da una parte importante della cultura e della società europea, dai movimenti per la giustizia, dalle proteste in tutti i paesi contro le politiche di austerità dei governi. E’ una strada che non ha ancora trovato un’eco tra le forze politiche europee.
La strada per un’altra Europa deve far convergere le visioni di cambiamento, le proteste sociali, le politiche nazionali ed europee verso un quadro comune. Proponiamo cinque obiettivi da cui partire:
·         Ridimensionare la finanza. La finanza – all’origine della crisi – dev’essere messa nelle condizioni di non devastare più l’economia. L’Unione monetaria dev’essere riorganizzata e deve garantire collettivamente il debito pubblico dei paesi che adottano l’euro; non può essere accettato che il peso del debito distrugga l’economia dei paesi in difficoltà. Tutte le transazioni finanziarie devono essere tassate, devono essere ridotti gli squilibri prodotti dai movimenti di capitale, una regolamentazione più stretta deve impedire le attività più speculative e rischiose, si deve creare un’agenzia di rating pubblica europea.
·         Integrare le politiche economiche. Oltre a mercato e moneta servono politiche comuni in altri ambiti, che sostituiscano il Patto di Stabilità e Crescita, riducano gli squilibri, cambino la direzione dello sviluppo. In campo fiscale occorre armonizzare la tassazione in Europa, spostando il carico fiscale dal lavoro alla ricchezza e alle risorse non rinnovabili, con nuove entrate che finanzino la spesa a livello europeo. La spesa pubblica – a livello nazionale e europeo – dev’essere utilizzata per rilanciare la domanda, difendere il welfare, estendere le attività e i servizi pubblici. Le politiche industriali e dell’innovazione devono orientare produzioni e consumi verso maggiori competenze dei lavoratori, qualità e sostenibilità. Gli eurobond devono essere introdotti non per rifinanziare il debito, ma per finanziare la riconversione ecologica dell’economia europea, con investimenti capaci di creare occupazione e tutelare l’ambiente.
·         Aumentare l’occupazione, tutelare il lavoro, ridurre le disuguaglianze. I diritti del lavoro e il welfare sono elementi costitutivi dell’Europa. Dopo decenni di politiche che hanno creato disoccupazione, precarietà e impoverimento, e hanno riportato le disuguaglianze in Europa ai livelli degli anni trenta, ora serve mettere al primo posto sia la creazione di un’occupazione stabile, di qualità, con salari più alti e la tutela dei redditi più bassi che la democrazia e la contrattazione collettiva.
·         Proteggere l’ambiente. La sostenibilità, l’economia verde, l’efficienza nell’uso delle risorse e dell’energia devono essere il nuovo orizzonte dello sviluppo europeo. Tutte le politiche devono tener conto degli effetti ambientali, ridurre il cambiamento climatico e l’uso di risorse non rinnovabili, favorire le energie pulite, le produzioni locali, la sobrietà dei consumi.
·         Praticare la democrazia.La forme della democrazia rappresentativa e della democrazia solciale  attraverso partiti, rappresentanza sociale e governi nazionali, sono sempre meno capaci di dare risposte ai problemi. A livello europeo, la crisi toglie legittimità alle burocrazie – Commissione e Banca centrale – che esercitano poteri senza risponderne ai cittadini, mentre il Parlamento europeo non ha ancora un ruolo adeguato. In questi decenni la società civile europea ha sviluppato movimenti sociali e pratiche di democrazia partecipativa e deliberativa – dalle mobilitazioni dei Forum sociali alle proteste degli indignados in molti paesi – che hanno dato ai cittadini la possibilità di essere protagonisti. Queste esperienze hanno bisogno di una risposta istituzionale. Occorre superare il divario tra i cambiamenti economici e sociali di oggi e gli assetti istituzionali e politici che sono fermi a un’epoca passata. L’inclusione sociale e politica dei migranti è una condizione imprescindibile di promozione della convivenza civile e rappresenta un’opportunità per l’inclusione dell’area europea dei movimenti dell’Africa mediterranea che hanno rovesciato regimi autoritari.
·         Fare la pace. L’integrazione europea ha consentito di superare molti conflitti, ma l’Europa resta responsabile della presenza di armi nucleari e di un quinto della spesa militare mondiale: 316 miliardi di dollari nel 2010. Con gli attuali problemi di bilancio, drastici tagli e razionalizzazioni della spesa militare sono indispensabili. L’Europa deve costruire la pace intorno a sé con una politica di sicurezza umana anziché di proiezione di forza militare. L’Europa si deve aprire alle nuove democrazie del Medio oriente, così come si era aperta ai paesi dell’Europa dell’est. Si deve aprire ai migranti riconoscendo i diritti di tutti i cittadini del mondo.
Le mobilitazioni dei cittadini, le esperienze della società civile, del sindacato e dei movimenti che hanno costruito quest’orizzonte diverso per l’Europa devono ora trovare ascolto nelle forze politiche e nelle istituzioni nazionali ed europee.
Trent’anni fa, all’inizio della “nuova guerra fredda” tra est e ovest, l’Appello per il disarmo nucleare europeo lanciava l’idea di un’Europa libera dai blocchi militari e chiedeva di “cominciare ad agire come se un’Europa unita, neutrale e pacifica già esistesse”. Oggi, nella crisi dell’Europa della finanza, dei mercati, della burocrazia, dobbiamo lanciare l’idea e le pratiche di un’Europa egualitaria, di pace, verde e democratica.
Primi firmatari (relatori e organizzatori dell’incontro di Firenze):
Rossana Rossanda, Maurizio Landini, Paul Ginsborg, Luigi Ferrajoli, Mario Pianta, Massimo Torelli, Gabriele Polo, Giulio Marcon, Guido Viale, Annamaria Simonazzi, Norma Rangeri, Donatella Della Porta, Alberto Lucarelli, Mario Dogliani, Tania Rispoli, Claudio Riccio, Gianni Rinaldini, Chiara Giunti, Domenico Rizzuti e Vilma Mazza.
Per adesioni:
info@reteasinistra.it
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Sintesi degli interventi della giornata pubblicata da http://it.peacereporter.net/articolo/32010/La+via+d’uscita
Le alternative per uscire dalla crisi e per la democrazia
di Stella Spinelli
Massimo Torelli, di Rete@sinistra, apre la discussione. “Siamo qui per dire che c’è un’altra via per uscire dalla crisi che non sia la depressione economica. Consideriamo fallimentari le proposte istituzionali perché non portano a una via d’uscita. Non c’è solo un aspetto economicista. Rotte d’Europa non deve diventare Europa in rotta. Una politica che non si occupa di economia, non è una politica. Che soluzione dare al debito. Dopo la primavera italiana e il referendum ero contento, ma dall’estate è cambiato tutto. La nostra primavera è nata intorno a Pomigliano, a Mirafiori, alla Fiom. Quindi interroghiamoci come siamo arrivata qua”.
È la volta di Rossana Rossanda. “Vorrei che fosse una riunione di lavoro. Raccogliere ciò che è stato fatto e portarlo avanti a scadenze ravvicinate. Una politica di cui ci si vergona di meno e di cui si fidi di piu. Perche siamo qui? Quali sono le proposte di lavoro che vogliamo avanzare? La via d’uscita va cercata. Partiamo ricordando che l’asse franco-tedesco non rappresenta formalmente niente, si è auto-imposto. E gli altri paesi, di fronte al rinnovarsi della situazione, non reagiscono con un sussulto di solidarietà, ma con atteggiamenti di preoccupazione nazionale in cui ognuno cerca di cavarsela alla meno peggio da solo. Questo provoca il crollo dei debiti degli Stati e l’incapacità di governare positivamente la tempesta. Il primo punto da marcare è una mia persuasione: è ormai opinione diffusa che l’economia abbia fatto il colpo di stato e abbia destituito la politica. No, è la politica che ha consegnato all’economia i suoi poteri. E li ha consegnati con responsabilità delle sinistre e del centro sinistra. Perché scombussolati dal socialismo reale, sono balzati a piedi uniti sull’ipotesi liberista, che non ha mai cessato di essere presente, che era praticamente scomparsa dalla scena. L’Europa era un vecchio sogno dei padri fondatori europei, ma invece di portare avanti libertà, eguaglianza e fratellanza è stata costruita negli anni del boom del liberismo. Libertà di circolazione di uomini, merci e capitali. Che imbroglio! L’Europa è stata costruita sulla competitività e concorrenza dell’uomo sull’uomo, sul contrario della collettività. Primo segno: non ha avuto una dichiarazione politica, ma la moneta unica. Una politica monetaria liberista. Il risultato è stato che la moneta è stata fatta ma non i cittadini europei. Dove finiremo fra qualche mese. Dove sarà finita l’Italia e l’Europa con questa crudele ripartizione del reddito a favore di chi ha di più e contro chi ha di meno.
La merce denaro fa denaro. Non produce se non denaro. Sbarellando il sistema. Sono crisi finanziarie in presenza di un abbassamento della crescita produttiva. Siamo in presenza non di una politica liberista crudele ma efficiente, perché è umanamente crudele e inefficiente. Questo dominio dei capitali è incapace di previsioni. Non capisco perché questo dominio dei conti, dei calcoli, fuori dalle volontà politica, non ci abbia detto nulla della crisi dei surprime in Usa che ha trascinato tutti. Non sapevamo fino a un anno fa che la Grecia era in grande crisi. E adesso anche tutta la zona euro. Stiamo assistendo a questo scontro europeo, che si riflette nel governo Monti. Governo onesto e pulito che dà sberle incredibili. Tutta l’Europa è in una crescita molto bassa, quasi zero, i deficit di bilancio vengono cercati fra pensioni, salari, gente debole e riduzione spesa pubblica, welfare, scuola, istruzione. Ogni paese fa le stesse politiche. Questo passaggio di incrudelimento verso i più deboli non ha via d’uscita. Perché i paesi relativamente più forti, Francia, Germania, Finlandia non sono presi da impeto di solidarietà per venire in contro alle esigenze di questa comunità. Siamo in pericolo tutti. Accanto a un lavoro degli amici economisti che ha avuto inaspettato successo nell’avanzare proposte alternative, basate sul proteggere i deboli, è urgente ridare all’Europa una struttura democratica in cui le decisioni non vengano prese da protagonisti impropri, ma che ritorni ai popoli. Diamoci delle scadenze rapide.
Mario Pianta, docente di Economia all’Università di Urbino, parla di ‘rotta’: come direzione o come disastro? “L’Europa si basa su due pilastri: il liberismo e la convinzione che i mercati risolvono i problemi da soli, e il lasciare le porte aperte all’espansione della finanza. Questi due pilastri hanno prodotto una totale liberalizzazione dei movimenti di capitale per cui è possibile investire senza limiti, tanto che i paesi poveri trasferiscono i fondi a Londra o New York invece di investirli nel locale. I pochi ricchi dei paesi poveri non investono il capitale e lo lasciano fuggire all’estero. Tutta la crescita era fondata sull’investimento di risparmi. Ora no, non si investe più nei paesi, si specula all’estero.
Così in Europa lo Stato non interviene nell’economia. È da venti anni che i movimenti globali sostengono la tassa sulle transazioni finanziarie. Questo perché una tassa piccola ridurrebbe le operazioni speculative che puntano a guadagnare una piccola percentuale sulla variazione di prezzo, piccolo margine che però consente di guadagnare da grandi speculazioni. La buona notizia arrivata da Monti è che l’Italia dovrebbe sostenere ciò. Lo diciamo da venti anni, meglio tardi che mai. Ma dall’Europa ancora nessuna notizia in questo senso.
Persino il Fmi riconosce di introdurre limiti e controlli ai flussi di capitale. Altra cosa importante: distinguere le banche commerciali da quelle speculative, imponendo a queste ultime severi controlli, vigilare sui cattivi della finanza. Ci possono essere misure per ridimensionare le attività e dare alla finanza meno munizioni per sparare con la speculazione. Togliere il potere alle agenzie di rating di creare aspettative di indebolimento di alcuni soggetti su cui si scatena la speculazione. La via d’uscita più concreta è costruire una garanzia collettiva sull’eurozona – che ha l’economia reale più forte del mondo. La banca centrale europea deve fare da banca centrale e deve dichiarare che realizzerà acquisti illimitati di tutti i titoli europei sul mercato e in questo modo i tassi di interesse non si alzeranno e i carichi degli interessi passivi da pagare diverranno sostenibile. Per evitare di aver bisogno di finanziarie solo per pagare il debito.
Da tempo c’è la proposta di una commissione per capire come affrontare il debito, di un Fondo monetario europeo, che tuteli la moneta dalla speculazione. Ma non dimentichiamo che debitori e creditori son le due facce di una stessa medaglie. Quindi anche i deboli possono costruire un cartello e dire quanto possono pagare nel tempo in modo da proteggere la propria economia.
Abbiamo esigenza di affrontare la recessione che richiede misure coraggiose di cui non c’è traccia. Le risorse devono essere trovate in quel dieci percento di ricchi e in quell’un percento di super ricchi, che hanno concentrato tutta la ricchezza. La tassazione deve spostarsi sui redditi alti e sulla ricchezza. Pretendiamo l’armonizzazione fiscale a livello europeo, per ridare coerenza anche dal punto di vista fiscale all’Europa. Monti non ha mai pronunciato la parola modello di sviluppo. Invece bisogna ridurre la dipendenza dall’estero e l’apertura, ricostruire capacità produttiva non basata su lavoro a basso costo. L’Europa deve dare risposta alla recessione. Il problema è avere l’economia a servizio della società e non al contrario. Una serie di politiche sostenibili ed equità vera, giustizia e economia che non opprima la gente”.
Ha quindi concluso Luigi Ferrajoli. “Con questo dibattito e questa riunione si capirà che esistono proposte alternative per un Europa più equa. È una crisi oltre che economica, della democrazia. La vera divisione non è tanto fra nord e sud, fra ricchi e poveri, ma fra un piano altro dove c’è una sterminata quantità di quattrini e il resto dell’umanità. È un altro modo per dire siamo il 99 percento governato da un uno percento che controlla il 40 percento delle ricchezze, dove un miliardario paga meno imposte della sua segretaria, e un finanziere meno tasse di un operaio. Abdicazione totale della politica e assoggettamento politica all’economia. L’idea della sfera pubblica è in bilico. La separazione della sfera pubblica dalla sfera economica. Stiamo assistendo alla fine della separazione e al capovolgimento del rapporto fra politica ed economia. Crisi del diritto e dello stato di diritto. Non è stato elaborato uno stato di diritto privato in grado di porre un freno ai poteri selvaggi del mercato e contemporaneamente si è svuotato il ruolo del diritto nei poteri pubblici. L ‘insofferenza dei limiti ha prodotto la devastazione. Il diritto del lavoro è stato distrutto. Azzerato dal capovolgimento delle fonti, dall’idea che il contratto individuale prevale sul collettivo e sulla legge. Qualsiasi diritto diventa derogabile. La proposta che dobbiamo avanzare non è solo di politiche alternative. Ma dobbiamo trasformare queste politiche in regole, stabilizzarle in forma costituzionale. Non bastano le leggi perché le maggioranze le distruggono. Occorre costituzionalizzare, anche a livello europeo, i diritti dei lavoratori, come inalienabili e non modificabili o sopprimibili dalle varie maggioranze. Costituzionalizzare i beni comuni. Beni demaniali, ossia sottratti al mercato. Vanno sottratti i beni sociali. Un demanio europeo sottratto ai mercati e alla politica. Demanio planetario. Acqua, aria, i beni vitali vanno sottratti. Costituzionalizzare non solo i diritti sociali, che sono vuote parole se no accompagnate da altre. Costituzione brasiliana ha vincoli di bilancio. Ossia nel bilancio degli stati e dei municipi il 25 percento va destinato a salute, 25 a istruzione. E cio ha prodotto una forte riduzione di diseguaglianza. Nel trattato europeo va introdotto vincoli di bilancio. Proposte che trovano sorde perfino le sinistre. Ma sono le proposte che attuano le belle parole scritte nel trattato. Uno degli impegni è realizzare seminari, incontri fra economisti, giuristi e politici, perche esiste un analfabetismo economico dei giuristi e un analfabetismo giuridico degli eocnomisti. Stiamo vivendo il fallimento delle politiche neoliberiste, al via libere ai poteri selvaggi. Dobbiamo invocare un sussulto di solidarietà ma anche di razionalità. Il tratto caratteristico di questa catastrofe è il dominio dell’irrazionalità contraddistinto dalla paura di tutti verso tutti. L’unica alternativa razionale è prendere atto che questa situazione si sta risolvendo in un disastro generale che rischia di travolgere stati popolazioni equilibrio mondiale all’insegna dell’irrazionalità. Quindi costruire un programma politico e istituzionale che dovrebbe diventare anche un programma dei movimenti che rischiano di essere movimenti che si mobilitano sul locale e contro i propri governi. Invece devono avere un programma comune, in modo da dare legittimazione popolare all’Europa”.
Gabriele Polo introduce la seconda sessione di discussione, precisando che sarà esteso a livello europeo questo confronto. Il primo a parlare è Giulio Marcon, coordinatore di Sbilanciamoci.
“Tre le parole-chiave di Monti. La prima equità. Si dovrebbe puntare sulla giustizia fiscale. Ma questa non c’è. I diritti sociali devono essere riconosciuti parte vincolante dell’intervento pubblico. C’è bisogno della trasformazione del concetto di Welfare al di là della carità e della compassione verso gli ultimi. Pretendiamo interventi massicci in questa direzione. La seconda è rigore. Siamo a favore del rigore. Tagliare le spese militari, gli sprechi, le grandi opere. Siamo a favore del rigore contro i soldi alle scuole private. Contro gli abusi come i fondi alle cliniche private. Si può tagliare in questa direzione. Dove si può tagliare senza colpire la povera gente. La terza, crescita. In questa manovra, non c’è molto per la crescita. Ci sono strumenti vecchi. Abbiamo bisogno di altro, come investire dell’economia verde.
Infine, una parola che Monti non ha nominato: modello di sviluppo, ossia su quale produzione e consumi incentivare e quale economia vogliamo per il nostro domani. Il futuro qual è? Solo investendo in produzioni e consumi ecologicamente e socialmente sostenibile, che favoriscano il lavoro, avremo futuro senza ulteriori disuguaglianze.
Ha preso la parola Guido Viale. “Per affrontare in termini operativi la via d’uscita occorre farlo a livello europeo. La crisi della Grecia affrontata a livello nazionale è stato il disastro. Ha portato al default. Per dieci anni tutti gli economisti sanno che non ha la possibilità di risollevarsi dallo strangolamento dell’Europa. La ricetta imposta all’Italia è la medesima. Sono politiche tragiche e inutili. Nei programma enunciati da Monti non c’è la percezione dell’ordine di priorità dei problemi. La condizione delle prossime generazioni dipenderà da quello che il mondo farà da oggi alla metà del secolo per salvaguardare l’equilibrio ambientale del pianeta. Il problema del debito viene al secondo posto. E non è solo il debito italiano, ma di tutta la zona euro. Alla finanza sono state consegnate le chiavi degli Stati. Ma anche degli Stati forti. Anche della Germania. Non ci sarà crescita nei prossimi anni, non ci sarà nemmeno a livello mondiale. Ci aspetteranno anni in cui non potremo rimanere fermi, e dobbiamo prospettare una via d’uscita, che passa da varchi stretti. In primis, il debito, non solo quello italiano, ma il debito in cui versa l’intero pianeta, debiti pubblici ed esteri e privati di milioni di persone costrette a indebitarsi, non si puo uscire se non ristrutturando il debito, un abbuono totale del debito. Gli economisti dovrebbero capire come abbonare il debito. Non c’è un programma generale disponibile, non c’è il soggetto portatore di questo programma, e nemmeno la prospettiva perché tutti siamo prigionieri di quell’uno percento di ricchi, della teoria per cui non c’è alternativa. È solo attraverso la realizzazione della costruzione dell’iniziativa locale, che riusciamo a arrivare a costruire un programma generale. Fondamentale nell’iniziativa sociale è il ricorso alla democrazia partecipata. Se l’idea della democrazia partecipata è di sinistra, la parteciazione deve essere aperta a tutti anche a chi ha altre idee è un’arena dove potersi confrontare. Con tutti. Invece nella rappresentativa vincono sempre i peggiori”.
Quindi è stata la volta di Francuccio Gesualdi. “Viviamo in un mondo ingiusto in cui un venti percento vive una vita dello spreco a fronte di una maggioranza che nn ha mai conosciuto il gusto del benessere. La crisi ambientale ci comincia a far prendere coscienza che non ci sono più le condizioni del crescere. Finalmente anche la sinistra accetta questo concetto perché abbiamo una radice produttivista. Bisogna risolvere i problemi mentre si produce meno. Questa la sfida. L’alternativa non è fra crescita e decrescita, ma nemmeno fra crescita e green economoy. Dobbiamo capire che società vogliamo. Consentire ancora alle multinazionali di arricchirsi alle spalle di tutti? Dobbiamo costruire una società con l’obiettivo che tutti debbano vivere bene. Come si fa a costruire la società del buen vivir? È il concetto di benessere da mettere in discussione. Non è l’avere. Non è la quantità. La persona umana non può essere un bidone aspiratutto. Siamo anche dimensione affettiva, spirituale, intellettuale. È realizzare in modo armonico tutte queste dimensioni. Questi aspetti in armonia. E le popolazioni quechua delle Ande ce l’hanno insegnato. Buona relazione con noi, con l’ambiente e con la comunità. Secondo aspetto, il concetto del lavoro. Siamo vittime del fatto che il lavoro è il salario e lo scopo è solo quello dello stipendio. È una deformazione del mercato. In ogni epoca il lavoro ha avuto lo scopo di risolvere i bisogni. Si lavora per soddisfare i nostri bisogni. Dunque lavorare tanto quanto basta. La novità è che se ci liberiamo del lavoro salariale, scopriamo che ci sono altre forme di lavoro come il fai da te che oggi è snobbato perche non produce denaro. Eppure c’è una quantità di cose che possiamo risolvere da soli e che ci aiuta ad andare avatni. Mettiamo i nostri ragazzi in condizione di risolvere da soli molti problemi. E che dire dei lavori di comunità. Auto-generare lavoro tramite lo scambio, con rete autogestite, con altri metodi di pagamento a livello locale. Lavoro comunitario: rivalutiamolo! Abbiamo gente disoccupata, con problemi da risolvere, e non abbiamo i soldi. Ma liberiamoci da questa schiavitù dal denaro. La nostra prima funzione di cittadini è metterci in gioco con il nostro tempo. La tassazione del tempo! Non abbiamo prospettive. O progettiamo un altro modello di società o nulla. Ragioniamo sulle politiche di transizione. Chiediamoci come riconvertire l’apparato produttivo basato sullo spreco in un sistema che ha l obiettivo di produrre in modo razionale sotto il profilo delle risorse e non monetario. Il sistema vede nella green economomy una buona cose e quindi l’accetta. L’altra grande politica da perseguire è la redistribuzione dell’esistente. La prima risorse è il lavoro salariale. Lavorare meno, lavorare tutti. Ridistribuire i salari. E ridistribuire le risorse. Sistema fiscale che tassi di più le ricchezze. Siamo in una guerra, l’industria della finanza ha dichiarato guerra. Quale parte del debito non deve essere pagato perché illegittimo? Stabiliamolo! Congelamento del debito e istituzione di una commissione d’inchiesta che stabilisca quanto dobbiamo pagare davvero”.
È dunque intervenuta Annamaria Simonazzi. “Non ci piace la parola crescita? Allora chiamiamolo modello di sviluppo alternativo, ma abbiamo bisogno di dare lavoro a tutti. Magari verso attività socialmente utili che non ci porti a consumare. Ma non sono molto d accordo. E non pagare il debito pubblico significa non avere più le banche. Ci sono tre modi con cui le economie sono uscite dal debito. Inflazione. Crescita (sviluppo alternativo sostgenibile). Fallimento (default). Ma non è che fare default per i prossimi 15 anni è facile. Sono convinta che non si esce dalla crisi con l’austerità. Soprattutto se l’austerità è perseguita da paesi che possono permettersi una politica di rilancio come la Germania. Se l’austerità è la politica scelta dall’Europa andremo al disastro. C’è un pensiero dominante di questo tipo e anche il nostro governo è molto vicino a questa posizione. E anche la banca centrale europea. Dunque, che politica alternativa per un modello di sviluppo alternativo si può fare in Italia.
Come salvaguardare la crescita data la posizione pesante che abbiamo?
1 – Riqualificare la spesa. Se partiamo da una situazione in cui abbiamo un vincolo di bilancio, allora si deve stabilire delle priorità. Spese da tagliare, (militari, della politica). Ma una maggiore attenzione va anche a infrastrutture che abbiamo chiamato sociali. Sono menzionati investimenti in infrastrutture fisiche da questo governo, ma mancano investimenti in infrastrutture sociali: welfare, che crei direttamente occupazione (il tempo pieno scuole, servizi di cura adeguati, aumentare la formazione) ossia investimenti sociali che non possono più essere considerati un lusso. Questi non possono essere tagliati. Bisogna investire in capitale umano: istruzione, servizi. O noi consentiamo alle donne occupate di potere anche respirare, conciliando lavoro e cura, o neppure l’occupazione che c’è può essere sostenuto. Creare occupazione attraverso investimenti in infrastrutture sociali. Tutti gli altri paesi hanno tagliato, ma mai in questo senso, anzi pensanti sussidi nell’occupazione alla persone. Creando occupazione in una fascia di lavoratori, donne e poco qualificati, che avrebbe consentito loro indipendenza economica e inserimento sociale.
2 – cosa ha fatto questo governo per giovani, donne, precari? L’occupazione netta c’è se c’è domanda, se le imprese non hanno convenienza non lo faranno.
3 – pensioni  La manovra lo si sa ha elementi di iniquità, ma c’è un aspetto sottovalutato. La saggezza di estendere l’età pensionabile per alcuni anni si è detto non contrasta con l’occupazione dei giovani. In Italia, con questa crisi, finché non esce qualcuno qualcun altro non entra. E se lasciamo dentro gli anziani i giovani restano fuori. Ed è controproducente”. E ha finito, applauditissimo Maurizio Landini.
“La domanda che dobbiamo porci è: chi è il soggetto deputato a fare le proposte, chi è oggi che decide dove si investe, cosa si produce? Non siamo di fronte ad una concentrazione del potere privato e finanziario che non c’è mai stata prima? Tutte le cavolate sulla fine del lavoro. In europa, Italia e nel mondo non ci sono mai stati cosi tanti lavoratori salariati. Crisi del sindacato: se una volta si diceva proletari di tutto il mondo unitevi, oggi a chi ci si rivolge? Che capacità di contrattazione ha più il lavoratore? Allora, rimettiamo al centro la rappresentanza del lavoro, e la democrazia. Ciò che sta succedendo alla Fiat non è solo un problema dei metalmeccanici o del sindacato. Siamo di fronte all’istituzione di un modello di impresa e di relazioni sindacali che rompe con qualsiasi sindacato di interesse generale a fronte di un sindacato corporativo che diventa un gendarme, con un attacco alla libertà sindacale non di un settore, ma dei lavoratori tutti. In queste ore potrebbe essere firmato l’accordo della Fiat, con 86mila dipendenti che non hanno più un contratto di lavoro nazionale, che non hanno più diritti. Quando i sindacati confederali firmano accordi che impediscono ad altri sindacati di esistere siamo di fronte a una profonda distorsione. I rapporti di forza sono peggiorati, e la logica con cui le imprese si muovono stanno spostando i centri decisionali, la contrattazione è efficace se si puo sviluppare là dove vengono prese le decisioni. In tutta Europa c’è un attacco violento alla contrattazione collettiva, si va verso un’aziendalizzazione spinta, le imprese non vogliono discutere con nessuno. Cosa è oggi il prodotto, a cosa serve, quali investimenti fare, quale sostenibilità ambientale deve avere, bisogna riattivare i consumi o ci sono anche bisogni individuali, collettivi e sociali… Tutte queste cose non hanno più un luogo di discussione, di interlocuzione. Non c’è più la rappresentanza del lavoro, e questo è anche un problema di democrazia. Chi ha chiesto ai lavoratori della Fiat di rinunciare al contratto nazionale? I lavoratori della Fiat sono stati messi sotto ricatto, è scomparsa la capacità di decidere. Senza la democrazia lavoratrici e lavoratori non possono partecipare, non possono essere rappresentati. L’azienda Fiat continua la trattativa solo coi sindacati coi quali può ottenere ciò che vuole. Mi hanno sempre raccontato dell’interesse generale, ora siamo di fronte al fatto che di fronte all’emergenza generale devono pagare i lavoratori. Mi dicono che le pensioni di anzianità sono un privilegio. Ma siamo matti? E poi, lavorare quarant’anni alla catena di montaggio non è lavorare quarant ‘anni in università. Lunedì faremo otto ore di sciopero generale, perchè dal primo di gennaio in Fiat succederà che i delegati non esisteranno più, se i lavoratori entrano con un volantino della Fiom non li faranno entrare. E’ o no un problema, la libertà dei lavoratori e delle lavoratrici? La politica lo affronta o non lo affronta? Bisogna riaprire una discussione che rimetta al centro la rappresentanza, la politica e la democrazia. Dopo Berlusconi è stato tirato un sospiro di sollievo, dopo aver visto le misure di Monti, il sospiro di sollievo non lo tirano più in molti. Il Parlamento purtroppo è sempre lo stesso, e allora, prima o poi bisognerà tornare finalmente a votare”.
Norma Rangeri, direttrice del Manifesto, introduce La democrazia, la politica, la terza e ultima sessione del Forum Nazionale di Firenze. Finora, buona miscela fra utopia e realtà. Credo che l’europeismo è capitolato rispetto ai temi economici, capitolazione politica. Il governo Monti sono economisti chiamati a governare mentre la democrazia sta cercando il modo di ripresentarsi ai cittadini. La tecnostruttura di Bruxelles e Francoforte domina. I partiti sono in penitenza e poi risorgeranno o sono finiti perche nessuno li richiamerà in vita. Siamo governati da paura e sensi di colpa e la democrazia sembra un lusso. Da una parte, crisi economica, dall’altra crisi della politica. Crisi di leadership. A sinistra non esiste più il partito come soggetto collettivo, è un campo dove ogni componente giova in proprio. È fallito il progetto Pd, come maggioritario. Ci sono due anime che non convivono in armonie. E nel centrosinistra c’è un Idv con molti limiti. Da qui il successo di Vendola persino indipendentemente dalla sue capacità perche ha un linguaggio un’idea politica e non ha un partito alle spalle. E i partiti, per come li abbiamo conosciuti, hanno esaurito la funzione pedagogica e sono un ostacolo al rinnovamento della politica e della rappresentanza. Assistiamo a una deriva securitaria. Incattivimento sociale. Le disuguaglianze crescono. E le masse sono preda del popolusimo e della xenofobia. La rappresentazione della protesta non basta a fare la sinistra. Occorre un punto di vista e un programma.
Prende la parola Paul Ginsborg. Tre punti telegrafici. 1 – non è facile arricchire ed estendere la democrazia in un periodo di recessione e di neoliberismo. La recessione porta alla restrizione delle possibilità della democrazia, proprio in quella rivendicazione dei diritti che sono avvenute nella seconda parte del Novecento. La democrazia sociale, al democrazia economica e la democrazia di genere. Espulsione delle donne dai loro diritti di cittadinanza e di lavoro. In Italia c’è una democrazia di uomini. E la repressione peggiora la situazione. E il neoliberismo si può intravedere un doppio processo. A livello globale c’è stata un’espansione della democrazia rappresentativa che ha portato il 70 % a essere democratici. Insieme con quello troviamo che il neoliberismo impoverisce la democrazia rappresentativa nei paesi in cui la democrazia è vecchia. I flussi ininterrotti e incontrollabile di denaro che vanno nella competizione elettorale, l’impossibilità di controllare le spese elettorali. E ovviamente Berlusconi è un illustre esempiuo della deformazione della democrazia. È difficile invertire questo andamento. 2 – in un articolo del 7 dicembresul Manifesto il sindaco di Napoli chiede una rete di comuni per i beni comuni, in particolare difesa esito referendum sull’acqua. Mentre il 5 dicembre, tutta una parte dei sindaci della toscana hanno votato una proroga della concessione del servizio idrico alla Spa Nuove Acque. Il suggerimento del sindaco di Napoli mi ha rammentato Carlo Catagno I comuni sono la Nazione nel piu intimo asilo della sua libertà. Pare che fuori di codesto modo di governo la nostra nazione non sappia operare cose grandi dal punto di vista politico. Quando ci siamo recentemente messi insieme per la sinistra arcobaleno l’esperimento è stato fatto male e in modo razzista ed è stato solennemente bocciata dall’elettorato. Chiedo, si può andare oltre queste esperienze infelici? 3 – bisogna pensare a una forma costitutuvia non gerarchica ma confederale. Il mio punto di riferimento è Ferraris e il lavoro che ha fatto sul movimento socialista belga a fine ottocento. È un esempio storico ricco ci fa vedere come molte espressioni diverse riescono a confederarsi autonomamente. Mettiamo in nuova forma la necessità di andare oltre ciò che abbiamo. A – qui c’è un nodo teorico difficile. La questione rapporto fra democrazia rappresentativa e parteceipata. Non si può cancellare uno in favore dell’altro. Non solo quale sia più giusta. Questa connessione è da elaborare. B – vorrei che discutiamo di un altro problema mai discusso recentemente, la discussione della democraticità delle persone. Perché la sfera intima, dei rapporti non è mai considerato nei discorsi della sinistra. A casa ci facciamo a pezzi fra piccoli e grandi gruppi. Mai un’autocritica sulle passioni, sull’odio, sull’invidia, la competizione. Che porta un target preciso che è lontano alla sinistra e cioò è neoliberista. Occorre una forma non gerarchica di un nuovo soggetto, la democraticità delle persone. Lavoriamoci.
Donatella Della Porta. Quando si parla di crisi della democrazia e di soluzioni non ci sono idee chiare, abbiamo bisogno di  spazi dove le idee possano crescere. Il percorso del social forum è stato un percorso in cui sono state avanzate tante proposte sull’Europa, ma il problema resta aperto. La crisi finanziaria è prima di tutto crisi di democrazia. Rinuncia delle Istituzioni a intervenire a ridurre le disuguaglianze. La politica è stata abbagliata dal potere economico, da qui la corruzione visibile decisioni spostati in luoghi non rappresentativi. Tecnici legittimati a fare politica. La democrazia rappresentativa non rappresenta più perché è stata espropriata. Da Merkel e Sarkozy alle agenzie di rating le decisioni si sono spostate a istituzione non legittimate dalla rappresentatività. E le risposte sono vecchie e inefficaci. La politica e la democrazia sono sempre meno capaci di intervenire. La folle proposta di introdurre il pareggio di bilancio nella Costituzione viene da qui. L’effetto è il crollo della fiducia dei cittadini. Il popolo della sinistra non si fida più del Parlamento, delle istituzioni rappresentative. Ci sono però elementi di speranza. I movimenti che si sono sviluppati dalla primavera araba agli indignados a occupy wall street hanno lanciato l’idea di un’altra democrazia ora. Non c’è solo l’alternativa fra rappresentata e diretta. Siamo di fronte a una situazione di crisi economica che rende le soluzione politiche più importanti ma anche più difficili. Uno degli elementi a cui dare risposta è la diffusione dell’idea che non c’è alternativa. Non è vero ed è pericoloso. Vuol dire delegittimare la democrazia e la politica che in questi momenti sono fondamentali. In questa crisi, si cercano i tecnici. I canali di collegamento fra movimenti e partiti si sono indeboliti notevolmente. Prima c’era una doppia militanza. Il partito debole, il partito che non esiste più come costruzione di idee è ciò che è rimasto della sinistra di una volta e non ha più questi canali di ascolto. E nemmeno ce l’hanno i movimenti. La ricostruzione di interazione fra rappresentanza e movimenti è un problema aperto. La democrazia cosmopolita è da costruire. Tanti spazi e modelli di incontro e di democrazia nel rispetto della diversità e nella potenziale ricerca di una soluzione possibile.
Tania Rispoli 1 -Svuotamento della democrazia rappresentativa. 2 -Ruolo dei tumulti nella costruzione della democrazia 3 -Esperienze già in campo e che ripensano la democrazia oggi Si può valutare la chiamata di Monti come una forma di dittatura commissaria o come una rivoluzione dall’alto. Il dispostivo finanziario ha commissariato il potere decisionale ai cittadini sulla loro vita politica. La rivoluzione dall’alto è connessa a uno stato d’eccezione, che si fa permanente. Stato d’eccezione è anche populismo. È finito Berlusconi ma non il berlusconismo. È una forma di potere, il potere carismatico in questo caso fondato sui media, che non è finito. L’esautoramento della democrazia significa anche disaffezione verso la democrazia parlamentare e rappresentativa. Esempio spagnolo. La scelta dell’astensionismo è stata consapevole, e ha vinto il partito popolare che ribadisce la crisi della democrazia rappresentativa. Da una parte la Bce e dall’altra i movimenti. 2 – la politica è l’affermazione della parte dei senza parte. Dal 2008 abbiamo visto che i ci sono stati molti conflitti e tumulti. Ci sono alternative oggi. Bisogna assumere fino in fondo la crisi della forma partito e della forma sindacato. La divisione non è solo fra democrazia rappresentativa o democrazia diretta, si può immaginare una forma di democrazia aperta. 3 – molti quando parlano della crisi della seconda repubblica si rifanno alla prima repubblica o alla Costituzione. C’è bisogno di un nuovo processo di ricostituzionalizzazione che deve arrivare dal basso. Una riscrittura dal basso dei principi fondamentali della nostra vita associata. Il referendum è un istituto relativamente antico che stavolta ha funzionato grazie al movimento e al conflitto. Da dove dobbiamo partire? Dalle occupazioni, dalle reti sociali, dalla denuncia e dalle mobilitazioni. Vedi il Cile e i suoi studenti. E infine Oakland: il 2 novembre tutti i movimenti di occupazione si sono incontrati con una forma di sciopero molto nuova che ha bloccato città produzione e distribuzione è un’ispirazione transatlantica che ci può fare arrivare a vedere una nuova democrazia. Ha chiuso Mario Dogliani. “non sono così certo che la situazione di essere sull’orlo dell’abisso da cui è nato il governo Monti si potesse evitare. Non penso si potesse evitare un passaggio così traumatico. Riflettiamoci. L’essere sull’orlo del burrone era una bufala o no? Io non penso. Si è affermata l’idea che la democrazia sia due fazioni in lotta. Ed è un’idea che viene da lontano e che è stata istituzionalizzata. Certo la democrazia è un succedersi delle maggioranze, ma in un combattimento a due faccia a facci la destra vince sempre con la sinistra. È chiaro che vince lo schieramento che solletica la paura, l’avarizia, il mantenimento dello status quo. Si crea una democrazia basata sul pauroso marginale e sull’abietto marginale. Questo tipo di democrazia riduce, degrada l’elettore a un consumatore, che scegli quello o quel prodotto. E ciò indebolisce la democrazia, snervandola della sua essenza. La democrazia è conflitto di gruppi sociali. Se viene meno questa idea del conflitto organizzato, della democrazia come la versione secolarizzata della società divisa dalle lotte religiose, in cui la militanza politica è la secolarizzazione del diritto alla conversione, la democrazia si indebolisce, perché fatta da platea di consumatori. E si indebolisce lo Stato. Sono stati imbelli quelli che non hanno più dentro questa ossatura rappresentato dal pluralismo e dal conflitto politico. Parliamo di crisi del potere democratico. Il potere economico c’è ed è forte, ma il potere democratico di cosa è fatto, di cosa ha bisogno? Questa la domanda cruciale. Bisogna guardare davanti e dedurre dal tipo di problemi e di sfide la gravità di questo problema. Come si riporta il controllo degli Stati sul movimento dei capitali. Come si riorienta l’Unione europea, oramai ingoiata dal neoliberismo vincente che l’ha concepita come un avamposto della globalizzazione? Il berlusconismo e il debito pubblico sono uno specchio della nostra autobiografia. L’Italia è malmessa, ma con che tipo di potere colmiamo il debito. Fra democratizia rappresentativa e diretta, non possiamo stabilire delle cesure, bisogna che gli uni fertilizzino gli altri. Evitiamo l’aventinismo!
Alberto Lucarelli. Individuare la democrazia della rappresentanza della partecipazione, diretta e di prossimità. In questo momento storico si deve lavorare intorno a queste quattro dimensioni. Che possano ridurre una discrezionalità dall’alto, volgare e rozza. La partecipazione deve passare attraverso la passione, la forza, e soprattutto la formazione e l’informazione.L’idea di una rete di Comuni per il bene pubblico è un tentativo di dare rappresentanza a nuove soggettività politiche che siano in grado di mettere in comunicazione le quattro forme della democrazia. Significa far partire dal basso questioni di portata universale. Far sì che i Comuni possano diventare laboratori come quello di De Magistris a Napoli, che ha lanciato l’esempio sull’acqua e sull’applicazione del referndum sull’acqua.
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Articolo de Il Manifesto
FIRENZE
«L’avversario è chiaro, ora dobbiamo far crescere le proposte. E dobbiamo essere tanti, molti più di quanti siamo adesso. È vero che siamo il 99%, ma almeno la metà non sa di esserlo. Per questo è importante collegarsi, stare assieme, discutere anche quando non siamo dello stesso parere». Dalla voce di Rossana Rossanda arriva un chiaro avviso ai naviganti della sinistra. Di tutto il vecchio continente, perché è l’intera Europa a dover trovare una via d’uscita alla crisi, ormai comunemente considerata come di sistema. Così, a poche ore dall’ennesimo, inconcludente appuntamento “di vertice” a Bruxelles, nel fiorentino teatro Puccini vengono abbozzate altre proposte per dare nuove risposte alla crisi. Con l’aiuto di una stella polare che si chiama democrazia. Un’arma di costruzione di massa che l’avversario non possiede più.
Quasi impossibile dar conto compiutamente di quanto viene detto dai relatori Maurizio Landini, Paul Ginsborg, Luigi Ferrajoli, Alberto Lucarelli, Massimo Torelli, Guido Viale, Mario Pianta, Gabriele Polo, Norma Rangeri, Donatella Della Porta, Giulio Marcon e altri/e ancora nella densa giornata del forum «La via d’uscita. L’Europa e l’Italia, crisi economica e democrazia». Le tre sessioni sono peraltro già on line, sul sito del manifesto (www.ilmanifesto.it) e di Global Project (www.globalproject.info). In estrema sintesi, davanti a una platea da tutto esaurito con un migliaio di partecipanti all’iniziativa congiunta di Rete@Sinistra, Sbilanciamoci!, il manifesto e associazione Lavoro e Libertà, la discussione parte dall’assunto di una ormai conclamata crisi di democrazia nell’Europa basata sulle “regole” di Maastricht. Da qui, per Luigi Ferrajoli, la necessità di lavorare per far nascere un nuovo «costituzionalismo europeo». In grado di riscrivere i trattati fondanti dell’Unione, per recuperare la partecipazione diretta alla vita democratica con un nuovo ruolo, da protagonista, per l’Europarlamento di Strasburgo. Con in parallelo il passaggio, strategico, dai vincoli di bilancio ai «vincoli di garanzia»: leggi un decalogo dei diritti civili e sociali, da quello al lavoro fino a quello alla rappresentanza.
Passo seguente, altrettanto ineludibile, quello relativo alle politiche economiche. Che per gli intervenuti devono sì condurre a una crescita dell’intera area europea – necessaria per far fronte ai fisiologici deficit dei bilanci senza alimentare nuove recessioni – che sia basata però su un diverso modo di produrre e di un diverso modo di consumare. Insomma una rivoluzione copernicana. Scientificamente possibile. Soprattutto necessaria, vedi il collegamento con Giuseppe De Marzo dalla 17ma Conferenza mondiale Onu sul clima a Durban. Infine, il nodo ancora da sciogliere di una efficace sintesi fra democrazia rappresentativa e democrazia “partecipativa” diretta. Un tema sul quale l’esperienza avviata a Napoli, delineata da Alberto Lucarelli, potrebbe diventare un efficace apripista.
Chiusura con la presentazione di un appello europeo, rivolto a reti, movimenti e realtà politiche del vecchio continente. Dal titolo «Un’altra strada per l’Europa», e diviso in capitoli (ridimensionare la finanza; integrare le politiche economiche; aumentare l’occupazione, tutelare il lavoro, ridurre le disuguaglianze; proteggere l’ambiente; praticare le democrazia; fare la pace), con primi firmatari i relatori e gli organizzatori della giornata. Fra i quali una soddisfatta Rossanda («non ho ascoltato nessun intervento privo di senso») che ricompone alcune linee di frattura – da crescita/decrescita, a democrazia rappresentativa/democrazia diretta – e che però al termine ricorda a tutti: «Non basta dire che non paghiamo questa crisi. Perché la stiamo già pagando. Poi non possiamo nasconderci che negli ultimi trent’anni c’è stata una grande mutazione antropologica. Ci siamo ‘inselvaggiti’. Per questo uno dei nostri problemi è: chi siamo, quanti siamo, a quanti possiamo allargare queste nostre riflessioni».
Applausi, convinti, da una platea composita e intergenerazionale. Con le forze organizzate di sinistra, dal Prc-Fds a Sel, insieme a quelle sociali e di movimento. Applausi che chiudono una giornata pronta per essere replicata in altre città della penisola.
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Articolo di Repubblica Firenze
“Da questa crisi si esce in un modo diverso”
La sinistra si trova al Puccini. Ginsborg: tradito il referendum sull’acqua
MASSIMO VANNI  – Repubblica Firenze
«TROVIAMO una via d’uscita diversa dalla crisi». E’ la parola d’ordine che la sinistra-sinistra italiana lancia da Firenze, dal teatro Puccini. Dove, davanti alla platea stracolma, discutono di crisi e di Europa il leader della Fiom Maurizio Landini, la «ragazza del secolo scorso» Rossana Rossanda e lo storico Paul Ginsborg. Che accusa i sindaci toscani di “tradire” l’esito del referendum sull’acqua. Le ricette della Bce e del governo Monti sono inique, si dicea Firenze.E proprio dal Puccini nasce l’idea di una rete europea della sinistra pronta a darsi appuntamento a febbraio al parlamento europeo.
«Siamo qui per dire che c’è un’altra via per uscire dalla crisi che non sia la depressione economica», è l’inizio di Massimo Torelli di «Rete@Sinistra ». E subito dopo ci pensa Rossanda: «La via d’uscita va cercata. Ricordando che l’asse franco-tedesco non rappresenta niente, si è autoimposto. E che gli altri Paesi non reagiscono con un sussulto di solidarietà, ma con una preoccupazione nazionale in cui ognuno cerca di cavarsela da solo», dice la “vecchia comunista”. Avvertendo tutti: «E’ la politica che ha consegnato all’economia i suoi poteri. E lo ha fatto per responsabilità delle sinistre, perché, scombussolata dal socialismo reale, è balzata sull’ipotesi liberista».
Per il leader della Fiom Landini è colpevole «non aver fatto la patrimoniale, non tassare le grandi rendite, non colpire l’evasione fiscale, perché in questi anni c’è chi si è arricchito in questo paese». E se è vero che in questi anni lavoratori e pensionati ci hanno rimesso, chiede il segretario della Fiom-Cgil, «visto che c’è chi si è arricchito i soldi andrebbero trovati lì. Non è che la logica dell’emergenza possa, alla lunga, mettere in discussione anche i processi democratici». Tantomeno, dice Landini, si può accettare l’idea di mettere mano all’articolo 18.
Per Ginsborg «non è facile arricchire ed estendere la democrazia in un periodo di recessione e di neoliberismo». Non è facile se poi ci si mette anche la Toscana, accusa lo storico: «Mentre il sindaco di Napoli chiede una rete di comuni per i beni comuni, cominciando dalla difesa dell’esito sul referendum acqua, molti sindaci toscani votano la proroga della concessione del servizio idrico alla Spa Nuove Acque».
Per Ginsborg, che apprezza comunque «la sobrietà dello stile e dell’immagine di Monti» ma non il senso di una manovra che non garantisce «l’equità sociale», nel nostro paese bisogna ormai pensare a una forma costitutiva non gerarchica ma confederale.
http://it.peacereporter.net/articolo/32010/La+via+d’uscita