Gli enti locali si mobilitano contro la privatizzazione dell'acqua

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di seguito un ottimo articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa sulla privatizzazione e sulle iniziative messe in campo dal Forum per il 21, 22, 23 Novembre.
Carlo Lavalle
ROMA
Erano agguerriti i sindaci e gli assessori riuniti a Roma il 21 novembre nella sala della Pace della Provincia per dar vita alla costituzione del Coordinamento nazionale degli enti locali per l’acqua pubblica.
Rappresentano centinaia di migliaia di cittadini che da Castellammare di Stabia ad Aprilia, città dove si è dato appuntamento il Secondo Forum italiano dei movimenti per l’acqua (22-23 novembre), dall’agrigentino all’area dell’astigiano, formano comitati civici e aprono vertenze sul territorio per contrastare il passo all’incedere della privatizzazione del servizio idrico. Così il conflitto sull’acqua in Italia comincia a mostrare proporzioni rilevanti ed implicazioni inedite.
L’oggetto della contestazione e della mobilitazione straordinaria è un articolo, il 23bis, inserito come modifica apportata in sede di conversione al decreto legge 25 giugno 2008 n. 112, e approvato dalla Camera il 5 agosto scorso (legge 133/2008).
La norma in questione se da un lato ribadisce il regime di proprietà pubblica delle reti, dall’altro conferma la possibilità di affidamento a soggetti privati della gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, nel cui quadro è fatto rientrare il servizio idrico, introducendo l’obbligo del ricorso in via ordinaria alla procedura di evidenza pubblica. D’altro canto, si prescrive che le concessioni rilasciate non mediante gara cessino entro il 31 dicembre del 2010. Viene infine ad essere sottoposta a condizioni restrittive, anche se fatta salva, la possibilità di affidamenti diretti a favore di società in house, cioè a capitale totalmente pubblico.
In sostanza, nel nuovo contesto normativo predisposto dal governo diventa più difficile contenere e limitare il processo di privatizzazione in corso che ha preso le mosse a partire dalla legge Galli del 1994.
Ma l’opposizione, fuori dalle aule parlamentari, non si placa e tende a compattarsi coinvolgendo vari soggetti, per giunta assumendo diversi profili ed iniziative.
Tre Regioni, Piemonte, Liguria e Emilia Romagna hanno impugnato per incostituzionalità l’art. 23 bis. Nei prossimi mesi è atteso lo svolgimento del referendum promosso da ben 144 comuni della Lombardia per l’abrogazione di alcuni articoli della legge regionale 18/2006 grazie a cui si è stabilita la consegna ai privati dell’erogazione dell’acqua.
Nella zona di Latina, gli abitanti contro le superbollette imposte da Acqualatina, controllata per il 49% dalla multinazionale francese Veolia, moltiplicano i loro sforzi per evitare gli esosi aumenti e denunciare l’illegittimo distacco dei contatori. Nello stesso tempo, in Sicilia, i sindaci della provincia di Agrigento si coalizzano per rescindere il contratto con la Girgenti Acque Spa, responsabile di gravi disservizi, e fanno fronte comune con le associazioni di base onde impedire che la società privata imposta dal commissario ad acta della Regione s’impossessi dell’acquedotto.
Il baricentro di questa radicata protesta consiste nella proclamazione del principio che l’acqua è un bene comune nonché diritto inalienabile e inviolabile di ogni persona. Deve perciò ritornare interamente nelle mani dell’autorità pubblica, seguendo l’esempio di Parigi, che si appresta a ristabilire la gestione municipale del servizio idrico, togliendola a Suez e Veolia, i due più importanti operatori privati del settore esistenti al mondo.
Quello che si chiede, insomma, è una gestione razionale, solidale e non speculativa delle risorsa acqua che deve essere sottratta alla logica del mercato.
Sotto l’egida del profitto, come dimostrano gli studi di Water remunicipalisation tracker, le tariffe vengono gonfiate, cresce inefficienza e obsolescenza dei servizi. A rimetterci è l’utenza, soprattutto la parte della popolazione con minor reddito.
Nel 2007 le famiglie italiane, secondo un dossier dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva, hanno speso in media circa 230 euro in più, mentre l’Istat, nel rapporto sullo stato degli acquedotti 2008, segnala un regresso nella capacità di distribuzione della rete idrica confrontata con i livelli del 1999.
Sicché il “business dell’acqua” non produce miglioramento ed efficienza ma evidenzia vizi congeniti e spreco di denaro. Avvantaggia pochi manager e alimenta inutili e costose consulenze tecniche. Inoltre, di frequente i grandi gruppi agiscono con condotte illecite per falsare e distorcere il meccanismo concorrenziale, cosa che ha portato l’Antitrust ad applicare pesanti sanzioni pecuniarie nei riguardi di Acea spa e Suez Environnement S.A.
Il sistema di privatizzazione dell’acqua sembra dunque irrimediabilmente entrare in rotta di collisione con l’interesse generale di molte comunità italiane che rivendicano, a giusto titolo, il primato del pubblico, vicino ai bisogni fondamentali dei cittadini senza distinzione di censo.