Caffè, invasi da una marea di capsule. Ma possiamo farci il risotto

Caffè, invasi da una marea di capsule. Ma possiamo farci il risotto

Ogni anno nel mondo vengono prodotti 10 miliardi (1 in Italia) di “caffè monoporzionati”. Una quantità enorme di rifiuti. Ma ci sono progetti, alcuni già messi in pratica, per il riciclo. Vediamo quali sono

Dopo quasi novant’anni di dominio incontrastato nelle case degli italiani della Moka, la caffettiera inventata da Alfonso Bialetti nel 1933, il mercato delle capsule di caffè si prepara al sorpasso. E con questo arriva anche una gigantesca mole di rifiuti con molte aziende che iniziano seriamente a porsi il problema di come riciclarli. Si tratta di una lunga corsa, iniziata nel 1976 quando Eric Favre, ingegnere svizzero della Nestlé brevettò il sistema delle capsule sotto pressione e della relativa macchina da caffè dopo un viaggio a Roma. Passarono altri 10 quando la Nestlé diede vita al marchio Nespresso e incominciò a far provare il suo sistema ai consumatori giapponesi per primi e poi in Italia Francia e Svizzera. Da allora e con la successiva accelerazione, quando il colosso svizzero perse una serie di cause contro i produttori delle capsule compatibili, inizia una vera corsa che ha portato le capsule a una produzione annua di oltre 10 miliardi di cui più di un decimo in Italia.
Una corsa che ha portato con sé anche una produzione di rifiuti enorme, superiore a 120 mila tonnellate l’anno e che in gran parte finiscono in discarica dove vi resteranno per centinaia di anni. Se il fondo del caffè della moka o dell’espresso da casa è di per sé biodegradabile e al massimo si accompagna alla confezione della polvere tra l’altro facilmente riciclabile, con la capsula il discorso cambia. Per un riciclo corretto bisognerebbe togliere la linguetta di alluminio, svuotare la polvere usata e inserire la capsula nell’alluminio o nella plastica a seconda della sua composizione. E non è detto che basti perché non tutte le aziende del riciclo hanno la tecnologia per riciclare un rifiuto così piccolo. Una questione complessa, tanto che, per fare un esempio, l’amministrazione cittadina di Amburgo, all’inizio del 2016 ha deciso di vietare l’utilizzo delle capsule più inquinanti da tutti gli uffici pubblici.

Da chicco a chicco

Nespresso che è leader del mercato delle capsule, si è posto tra i primi il problema del riciclo delle capsule e dal 2011 ha lanciato il programma di raccolta delle capsule usate che oggi avviene presso i suoi punti vendita. Il progetto, che prende il nome di “da chicco a chicco” non si limita alla raccolta delle capsule ma punta a creare un sistema di economia circolare che ha permesso lo scorso anno di recuperare 1.335 tonnellate di capsule in alluminio con un incremento del 31% sull’anno precedente, segno che la coscienza ambientale di molti consumatori aumenta. Il progetto, in collaborazione con Cial (Consorzio Nazionale Imballaggi Alluminio), Utilitalia e Cic (Consorzio Italiano Compostatori) sul quale il marchio svizzero ha investito 6 milioni di euro, si compone di aree riciclo all’interno di 116 punti Nespresso di 69 città. Una volta riconsegnate, le capsule vengono inviate in un impianto di recupero che separa l’alluminio dal caffè. Successivamente l’alluminio che è un materiale riciclabile all’infinito, viene inviato in fonderia mentre il caffè passa da un impianto di compostaggio per essere trasformato in concime naturale e destinato a una risaia del novarese il cui riso prodotto, viene acquistato da Nespresso e donato al Banco Alimentare della Lombardia (che ha ricevuto fino ad oggi 2 milioni 954mila porzioni di riso) e al Banco Alimentare del Lazio per le mense dei poveri.

Alluminio e plastica

Uno dei problemi che limitano il riciclo su tutto il territorio nazionale, anche nel caso di separazione corretta da parte dei consumatori, è dovuto agli standard degli impianti stessi che dal conferito separano i rifiuti più grandi, a partire dalle dimensioni delle lattine, mentre lasciano passare quelli più piccoli che poi vengono bruciati negli inceneritori. Per sopperire a questo problema, alla Seruso di Verderio Inferiore, in provincia di Lecco, hanno aggiunto un nuovo macchinario magnetico all’impianto che è in grado di catturare le capsule di alluminio dalla minutaglia sfuggita dal selezionatore.
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Se però Nespresso e alcuni dei produttori premium di capsule (come Illy e L’or) presenti anche nella Distribuzione Moderna (Ipermercati, Supermercati, Libero Servizio Piccolo e Discount) utilizzano l’alluminio, la maggior parte delle capsule compatibili che si trovano in commercio e costituiscono circa il 70% dei consumi è in plastica.

Secondo una recente ricerca di mercato dell’IRI, l’anno scorso nella distribuzione moderna sono state vendute 98.269.694 confezioni di capsule pari a un fatturato di 376 milioni di euro, con un incremento dell’11% dei volumi. Un dato in forte aumento nel primo trimestre 2020 a causa del lockdown e alla difficoltà per molte persone di consumare il caffè al bar. Con il risultato che ormai i 45% del consumo casalingo di caffè avviene mediante questo strumento. E quindi la gran parte del rifiuto è fatto di tre parti e non di due, alluminio per la linguetta, caffè usato e contenitore in plastica. Una difficoltà maggiore per il riciclo e di fatto la gran parte delle capsule in plastica non vengono riciclate.

Riciclare i fondi

Se dismessa nell’indifferenziata, la capsula finisce in discarica e il cittadino paga anche per il peso della polvere che viene smaltita; se diviso dall’involucro invece, il fondo o la polvere usata non costituisce nessun problema nello smaltimento.
Oggi uno dei principali modi per riciclare la polvere usata è quello di farne terreno per funghi. Nel 2013 fu il Centro Ricerca Rifiuti Zero di Cappannori, comune in provincia di Lucca tra i più impegnati nella lotta contro i rifiuti a lanciare l’iniziativa pilota di riciclare oltre 100 kg di caffè nella prima coltivazione sperimentale d’Italia di Pleurotus Ostreatus (il terzo fugo più consumato dagli italiani). Dai risultati molto positivi di quell’iniziativa, con funghi perfettamente commestibili e con alto contenuto di proteine, pochi mesi dopo è nata la start up Funghi Espresso, un’azienda che commercializza il kit per produrre funghi in casa, proprio utilizzando i fondi del caffè. E l’idea di utilizzare i fondi del caffè per produrre funghi è alla base del lavoro della cooperativa belga Perma Fungi di Bruxelles, con il suo personale che raccoglie i fondi del caffè dai bar della capitale belga e li trasforma in terreno fertile per la coltivazione dei funghi champignons.

Altra strada per il riciclo dei fondi del caffè è la trasformazione in pellet per il riscaldamento. Lo propone in Italia la modenese Oltrecafè, una start-up nata nel 2015 e che ha perfezionato un prodotto fatto di fondi di caffè e legno riciclato. In Gran Bretagna questa strada invece è stata seguita da due catene di locali, Caffè Nero e Costa Coffee. I fondi del caffè consumato nei locali delle catene, vengono raccolti ogni sera da aziende specializzate e trasformati in pellet che risultano avere un potere riscaldante doppio rispetto ai pellet tradizionali in legno. In più, il carbone vegetale residuo della combustione viene riutilizzato in agricoltura. CRISTINA NADOTTI Repubblica.it